giovedì 4 agosto 2022

Pontebba 2022 agosto con Guido

 Pochi giorni ma intensi

Sempre sono un regalo 


                              Attenzione al grande dono della poesia                          di Guido  riportata dopo le foto



primo giorno                        le sette picche  salendo alla malga di  Glazzat



secondo giorno                   sulla cima del monte Cavallo



terzo giorno            sulla cima di Terra Rossa ( Jof di Montasio ) , sullo sfondo lo Jof Fuart  



quarto giorno                   dalla cima del Cacciatore ( monte Lussari )
 


A Renzo e Graziella,

che mi hanno dato l’opportunità

di scoprire questi Monti e questi

luoghi, dono di Dio.

Con amicizia.


Sui monti


Prima ancora della sveglia,

nel tepore delle coperte,

già risuonano, nella mente,

le parole di un bel canto,

mentre fuori, in concerto,

s’odono forte, le campane di Pontebba.


Alla mattina quando il sole s’alza

e cominzia a levarse …

siamo pronti per partire

e raggiungere le cime

che nel loro, chiaro splendore,

si innalzano nelle Giulie.


Terra Rossa e Mangart,

gli Jof Fuart e di Montasio,

il Canin e altre ancora,

sono lì, davanti agli occhi

e ora passano in rassegna,

aspettando chi prescelta

sarà meta del nostro ardire.


Nel silenzio della casa,

s’ode, breve,

un rumore giù da basso.

Di sicuro sarà Renzo che, impaziente,

s’affaccenda sui fornelli

preparando la colazione,

ma col pensiero già sui monti.


Sulla tavola in tinello,

pane buono e marmellata,

preparata da Cristina

con le mele contadine,

mentre spande il suo profumo

il caffè dalla cucina.


Fuori l’aria è ancor frizzante,

pur col sole che ormai s’è alzato,

i negozi sono chiusi

e le strade ancor deserte.



Con negli occhi già la meta,

mentre in macchina viaggiamo,

recitiamo il nostro grazie,

per il giorno che ci è dato

con la bellezza che ci aspetta.


Corre l’auto, in su, veloce

sui tornanti che risalgono la valle

e le cime che bramiamo,

emergendo sopra i boschi,

or si mostrano più vicine.


Giunti, quindi, a Sella Nevea,

con lo zaino sulle spalle,

or saliamo rapidamente

sul pendio che, dall’inizio,

fa sentir la fatica.


Alla Malga di Gregnedul,

che trasuda tempi antichi,

lo spettacolo ai nostri occhi

mostra un fascino perenne:

l’imponenza del Margart

con di fronte le aspre cime

cui, al più presto, giungeremo.


S’aprono sotto i suoi valloni

al finir delle foreste,

sopra i prati verdi e brulli,

che ci paiono anfiteatri,

bianchi, grigi e verdi ancora,

e sembrano pronti a scivolare.


Poi al termine delle morene

là s’innalzano pinnacoli

e tra ghiaioni, ampie selle,

cime aguzze,

lì s’immagina il sentiero

che ci porterà su in cresta.


Superato il vasto bosco

or si sale su decisi,

solo udendo il respiro

che via via si fa pesante.


Tutt’intorno è un tripudio di colori

che rallegrano la vista:

son genziane, margherite,

cardi viola di montagna,

poi ranuncoli e ambrette,

campanelle e campanule

per scoprire, poi infine,

le stelle alpine, le regine.


Alto in volo, nella valle,

gira in tondo, in lontananza,

abbassandosi e levandosi,

un grifone o una poiana.


Ma a noi piace immaginare,

sia un’aquila reale,

che, per grazia, lei beata,

gode tutto il panorama.


Quasi al Passo, su una cresta,

ecco agli occhi apparire

la memoria del passato,

quando un tempo questa terra

fu teatro di disgrazia.


Quella guerra maledetta

che fu causa di dolore,

per le vite che furono tolte

all’affetto delle madri,

delle spose e ai loro tosi.


Le trincee ancora vivono,

con i busi per sparare,

e i fori, nella montagna,

per trovare un po' riparo.


Or che il tempo è passato,

nei ripari abbandonati

trovano tetto gli stambecchi

quando viene il temporale.


Quando invece splende il sole,

loro impavidi e audaci,

stanno fermi sulle cenge

a guardare le meraviglie,

che ora appaiono ai nostri sguardi.


Siamo noi che siamo foresti,

nel silenzio di questi spazi,

e al passaggio sul sentiero

avvertiamo che son essi

i più stupiti, nel vedere che lì siamo.






Forte il fischio, ci raggiunge,

di una piccola marmotta

che ci ha visto, in su, salire;

sveglia e avvisa le compagne

che arrivano gli invasori.


La bellezza ci circonda

sulla somma guadagnata

e c’è il tempo di una posa

per fissare questo momento

a indelebile memoria.


Caro amico nella vita

e compagno di salite,

nel tuo sguardo,

mentre adesso t’immortalo,

mi par quasi intravedere,

il riverbero di quel bello

che ora guardi, e del bene e amor tuo,

che discreta a casa ci attende.


Proseguiamo nel cammino,

e giungendo sula sella

che ci porta a scavallare,

troviamo scritto sulla roccia

quella via, che porta al Brazzi.


È la via Ceria Merlone,

che non è uno stradone,

ma un sentiero assai severo

che esige e vuol rispetto.


Altrettanto vuol da noi

il sentiero che facciamo,

per discendere sulla via

che ci porterà alla meta.


È una splendida forcella,

la Lavinal dell’Orso,

certo un nome un poco strano,

per chi intorno ha sol stambecchi.


Noi dall’alto li vediamo pascolare

e un poco li invidiamo

al pensiero della discesa

che iniziamo in verticale.


Sulla parete, impressionante,

cenge strette, funi e scale,

ci accompagnano nel cammino

dando giusta sicurezza

dove c’è soltanto asprezza.


Con i sensi tutti attenti,

piano, piano,

noi giungiamo sopra il piano

che ci porta alla forcella.


Lì si domina l’altra valle

che discende vertiginosa,

in un incanto di montagne

che le fanno da corona.


Una piccola cassetta,

messa in alto sopra un masso,

custodisce la Madonnina

che protegge chi qui passa

e riporta ai suoi piedi

un pensiero che fa pensare

al cammino che facciamo:


Ho bisogno del silenzio,

dei pezzi di strada senza parole,

per accorgermi che c’è un Amore

che mi ama sempre.


Prima allora di pranzare,

ringraziamo il Creatore,

il Maestro inarrivabile,

che ha plasmato questi luoghi

e Maria, Madre nostra,

che li vigila e ci protegge


Finalmente un po' di sosta,

con soppressa e buon formaggio

attorniati da stambecchi

che si aggirano tranquilli,

incuranti degli umani.


È un gran pranzo da signori

che nessuno può eguagliare,

pur con l’acqua per brindare.


Sopra noi, c’è una targa che ricorda

quegli alpini, coi loro muli, che per primi

con tenacia e uno spirito ineguagliabile,

superarono la forcella

per tenere questa landa

e non cederla al nemico.


Li pensiamo, che nel salir, poveretti,

fossero quasi inginocchiati

sotto il peso dei cannoni

che portavano qua in cima.


Riprendiamo la nostra marcia

che conduce al Rifugio Corsi

superando presto il bivio

che va su,

verso il Passo degli Scalini.


Ora il passo si fa svelto

e la strada ormai breve.

Una rapida salita,

e, svoltati sul sentiero,

ecco il Corsi che ci appare.


Lo vediamo su dall’alto,

su un pianoro assai erboso,

mentre in fretta giù scendiamo

batte il cuore un po' più forte.

Lo scenario è maestoso,

pura gioia ai nostri occhi:

le pareti del Jof Fuart,

delle Madri dei Camosci,

con la Cima di Riofreddo e,

alle spalle, tutto il gruppo del Canin.


Uno splendido teatro

che ci toglie quasi il fiato.

Batte il sole sulle guglie

esaltandone le forme:

i diedri quasi perfetti

con gli spigoli verticali,

gli strapiombi mozzafiato,

gli speroni esaltanti.


I colori in trasparenza

e le nuvole a cappello

ne aumentano il mistero

e le riempiono di fascino.


Tutto quanto è entusiasmante

e ci colma il cuor di grazia,

gratitudine e riconoscenza

per esser parte del creato.






Giunta è l’ora di tornare

ma la strada è ancora lunga,

mentre i piedi già sospirano

un bel fresco pediluvio.


Decidiamo di far breve

discendendo il Sentiero dei Tedeschi,

per non cedere, d’improvviso,

alla tenera nostalgia

sia di funi che di roccette.


Cosicché, in poco tempo,

tra ruscelli e cascatelle

raggiungiamo la Grantagar,

una malga che, graziata,

sorge lì dove domina l’armonia.


Poi, ancora, saltellando

discendiamo quasi un’ora

e arriviamo, finalmente,

sulla strada provinciale.


Ed è qui che paghiamo pegno

per un giorno assai speciale:

risaliamo un'altra ora

sulla strada asfaltata,

per raggiungere la macchina

che a casa ci riporta,

ma col cuor, davvero contento

e negli occhi la bellezza.


E mentre il giorno si dissolve
e la luce si fa lieve,
resta in noi, silenzioso,
il respiro delle cime,

e negli occhi, ancora accesa,
la loro bellezza senza fine.





20 agosto 2020










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