Pochi giorni ma intensi
Sempre sono un regalo
Attenzione al grande dono della poesia di Guido riportata dopo le foto
primo giorno le sette picche salendo alla malga di Glazzat
secondo giorno sulla cima del monte Cavallo
terzo giorno sulla cima di Terra Rossa ( Jof di Montasio ) , sullo sfondo lo Jof Fuart
A Renzo e Graziella,
che mi hanno dato l’opportunità
di scoprire questi Monti e questi
luoghi, dono di Dio.
Con amicizia.
Sui monti
Prima ancora della sveglia,
nel tepore delle coperte,
già risuonano, nella mente,
le parole di un bel canto,
mentre fuori, in concerto,
s’odono forte, le campane di Pontebba.
Alla mattina quando il sole s’alza
e cominzia a levarse …
siamo pronti per partire
e raggiungere le cime
che nel loro, chiaro splendore,
si innalzano nelle Giulie.
Terra Rossa e Mangart,
gli Jof Fuart e di Montasio,
il Canin e altre ancora,
sono lì, davanti agli occhi
e ora passano in rassegna,
aspettando chi prescelta
sarà meta del nostro ardire.
Nel silenzio della casa,
s’ode, breve,
un rumore giù da basso.
Di sicuro sarà Renzo che, impaziente,
s’affaccenda sui fornelli
preparando la colazione,
ma col pensiero già sui monti.
Sulla tavola in tinello,
pane buono e marmellata,
preparata da Cristina
con le mele contadine,
mentre spande il suo profumo
il caffè dalla cucina.
Fuori l’aria è ancor frizzante,
pur col sole che ormai s’è alzato,
i negozi sono chiusi
e le strade ancor deserte.
Con negli occhi già la meta,
mentre in macchina viaggiamo,
recitiamo il nostro grazie,
per il giorno che ci è dato
con la bellezza che ci aspetta.
Corre l’auto, in su, veloce
sui tornanti che risalgono la valle
e le cime che bramiamo,
emergendo sopra i boschi,
or si mostrano più vicine.
Giunti, quindi, a Sella Nevea,
con lo zaino sulle spalle,
or saliamo rapidamente
sul pendio che, dall’inizio,
fa sentir la fatica.
Alla Malga di Gregnedul,
che trasuda tempi antichi,
lo spettacolo ai nostri occhi
mostra un fascino perenne:
l’imponenza del Margart
con di fronte le aspre cime
cui, al più presto, giungeremo.
S’aprono sotto i suoi valloni
al finir delle foreste,
sopra i prati verdi e brulli,
che ci paiono anfiteatri,
bianchi, grigi e verdi ancora,
e sembrano pronti a scivolare.
Poi al termine delle morene
là s’innalzano pinnacoli
e tra ghiaioni, ampie selle,
cime aguzze,
lì s’immagina il sentiero
che ci porterà su in cresta.
Superato il vasto bosco
or si sale su decisi,
solo udendo il respiro
che via via si fa pesante.
Tutt’intorno è un tripudio di colori
che rallegrano la vista:
son genziane, margherite,
cardi viola di montagna,
poi ranuncoli e ambrette,
campanelle e campanule
per scoprire, poi infine,
le stelle alpine, le regine.
Alto in volo, nella valle,
gira in tondo, in lontananza,
abbassandosi e levandosi,
un grifone o una poiana.
Ma a noi piace immaginare,
sia un’aquila reale,
che, per grazia, lei beata,
gode tutto il panorama.
Quasi al Passo, su una cresta,
ecco agli occhi apparire
la memoria del passato,
quando un tempo questa terra
fu teatro di disgrazia.
Quella guerra maledetta
che fu causa di dolore,
per le vite che furono tolte
all’affetto delle madri,
delle spose e ai loro tosi.
Le trincee ancora vivono,
con i busi per sparare,
e i fori, nella montagna,
per trovare un po' riparo.
Or che il tempo è passato,
nei ripari abbandonati
trovano tetto gli stambecchi
quando viene il temporale.
Quando invece splende il sole,
loro impavidi e audaci,
stanno fermi sulle cenge
a guardare le meraviglie,
che ora appaiono ai nostri sguardi.
Siamo noi che siamo foresti,
nel silenzio di questi spazi,
e al passaggio sul sentiero
avvertiamo che son essi
i più stupiti, nel vedere che lì siamo.
Forte il fischio, ci raggiunge,
di una piccola marmotta
che ci ha visto, in su, salire;
sveglia e avvisa le compagne
che arrivano gli invasori.
La bellezza ci circonda
sulla somma guadagnata
e c’è il tempo di una posa
per fissare questo momento
a indelebile memoria.
Caro amico nella vita
e compagno di salite,
nel tuo sguardo,
mentre adesso t’immortalo,
mi par quasi intravedere,
il riverbero di quel bello
che ora guardi, e del bene e amor tuo,
che discreta a casa ci attende.
Proseguiamo nel cammino,
e giungendo sula sella
che ci porta a scavallare,
troviamo scritto sulla roccia
quella via, che porta al Brazzi.
È la via Ceria Merlone,
che non è uno stradone,
ma un sentiero assai severo
che esige e vuol rispetto.
Altrettanto vuol da noi
il sentiero che facciamo,
per discendere sulla via
che ci porterà alla meta.
È una splendida forcella,
la Lavinal dell’Orso,
certo un nome un poco strano,
per chi intorno ha sol stambecchi.
Noi dall’alto li vediamo pascolare
e un poco li invidiamo
al pensiero della discesa
che iniziamo in verticale.
Sulla parete, impressionante,
cenge strette, funi e scale,
ci accompagnano nel cammino
dando giusta sicurezza
dove c’è soltanto asprezza.
Con i sensi tutti attenti,
piano, piano,
noi giungiamo sopra il piano
che ci porta alla forcella.
Lì si domina l’altra valle
che discende vertiginosa,
in un incanto di montagne
che le fanno da corona.
Una piccola cassetta,
messa in alto sopra un masso,
custodisce la Madonnina
che protegge chi qui passa
e riporta ai suoi piedi
un pensiero che fa pensare
al cammino che facciamo:
Ho bisogno del silenzio,
dei pezzi di strada senza parole,
per accorgermi che c’è un Amore
che mi ama sempre.
Prima allora di pranzare,
ringraziamo il Creatore,
il Maestro inarrivabile,
che ha plasmato questi luoghi
e Maria, Madre nostra,
che li vigila e ci protegge
Finalmente un po' di sosta,
con soppressa e buon formaggio
attorniati da stambecchi
che si aggirano tranquilli,
incuranti degli umani.
È un gran pranzo da signori
che nessuno può eguagliare,
pur con l’acqua per brindare.
Sopra noi, c’è una targa che ricorda
quegli alpini, coi loro muli, che per primi
con tenacia e uno spirito ineguagliabile,
superarono la forcella
per tenere questa landa
e non cederla al nemico.
Li pensiamo, che nel salir, poveretti,
fossero quasi inginocchiati
sotto il peso dei cannoni
che portavano qua in cima.
Riprendiamo la nostra marcia
che conduce al Rifugio Corsi
superando presto il bivio
che va su,
verso il Passo degli Scalini.
Ora il passo si fa svelto
e la strada ormai breve.
Una rapida salita,
e, svoltati sul sentiero,
ecco il Corsi che ci appare.
Lo vediamo su dall’alto,
su un pianoro assai erboso,
mentre in fretta giù scendiamo
batte il cuore un po' più forte.
Lo scenario è maestoso,
pura gioia ai nostri occhi:
le pareti del Jof Fuart,
delle Madri dei Camosci,
con la Cima di Riofreddo e,
alle spalle, tutto il gruppo del Canin.
Uno splendido teatro
che ci toglie quasi il fiato.
Batte il sole sulle guglie
esaltandone le forme:
i diedri quasi perfetti
con gli spigoli verticali,
gli strapiombi mozzafiato,
gli speroni esaltanti.
I colori in trasparenza
e le nuvole a cappello
ne aumentano il mistero
e le riempiono di fascino.
Tutto quanto è entusiasmante
e ci colma il cuor di grazia,
gratitudine e riconoscenza
per esser parte del creato.
Giunta è l’ora di tornare
ma la strada è ancora lunga,
mentre i piedi già sospirano
un bel fresco pediluvio.
Decidiamo di far breve
discendendo il Sentiero dei Tedeschi,
per non cedere, d’improvviso,
alla tenera nostalgia
sia di funi che di roccette.
Cosicché, in poco tempo,
tra ruscelli e cascatelle
raggiungiamo la Grantagar,
una malga che, graziata,
sorge lì dove domina l’armonia.
Poi, ancora, saltellando
discendiamo quasi un’ora
e arriviamo, finalmente,
sulla strada provinciale.
Ed è qui che paghiamo pegno
per un giorno assai speciale:
risaliamo un'altra ora
sulla strada asfaltata,
per raggiungere la macchina
che a casa ci riporta,
ma col cuor, davvero contento
e negli occhi la bellezza.
E
mentre il giorno si dissolve
e la luce si fa lieve,
resta
in noi, silenzioso,
il respiro delle cime,
e
negli occhi, ancora accesa,
la loro bellezza senza fine.
20 agosto 2020


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